Alla madre, vedova e nuova sposa, personaggio chiave dell’Amleto di Shakespeare è dedicato Gertrude. Regina, sposa, madre , nella riscrittura originale firmata da Annalisa De Simone e diretta da Mario Scandale .

Un debutto assoluto, prodotto dal Teatro di Roma , che vede in scena protagonista Mascia Musy , nel ruolo di Gertrude, affiancata da Jonathan Lazzini , Domenico Pincerno e Arianna Pozzi , sul palco del Teatro Torlonia dal 5 al 15 marzo .

In questa nuova drammaturgia, la tragedia di Shakespeare viene osservata attraverso un ribaltamento prospettico: non è più la ferita del figlio Amleto a condurre il gioco, ma il corpo e la voce della madre. Gertrude guadagna il centro della scena in una piscina vuota – un luogo che ha conosciuto la felicità e ora ne conserva solo la cavità – per raccontare la storia di una donna che prova a restare viva in un mondo che pretende da lei purezza e sacrificio.

Nel dramma shakespeariano, Gertrude emerge come una figura intrappolata in una complessità tanto intrigante e magnetica, quanto sospesa tra interpretazioni contrastanti. È una madre che nutre un affetto autentico per Amleto, eppure la sua scelta di unirsi al cognato a pochi mesi dal lutto proietta ombre indelebili sulla sua moralità. In lei convivono la donna di Stato – fiera, sensuale e padrona delle proprie decisioni – e la madre rifiutata, nuda nelle sue paure e nelle sue debolezze. Maliarda e struggente, feroce e a tratti fanciullesca, Gertrude abita il confine sottile tra la connivenza nel delitto e l’incoscienza tragica. Coinvolta in un attrito logorante con il figlio, la Regina smette i panni della comparsa: compie un passo decisivo verso il centro della scena, rivendicando la propria necessaria centralità.

Attorno alla Regina si muove un caleidoscopio di figure maschili e sguardi inquisitori: « Amleto è dietro le quinte, ma non scompare: è una presenza magnetica e persecutoria, come lo sono i figli nella vita di una madre, come lo è il desiderio, o il senso di colpa, la memoria e l’ossessione, il nodo edipico che non smette di stringere. Ofelia, educata alla prudenza, luogo fragile in cui si inscrivono le aspettative della famiglia e del potere maschile.

Laerte, a incarnare l’urgenza della vendetta come unico linguaggio del lutto. E Claudio, non solo un usurpatore, ma un amante, un uomo che prova a razionalizzare il peccato, a trasformare il delitto in amministrazione e l’amore in strategia – annota l’autrice Annalisa De Simone -. Sono loro i protagonisti di un dramma che non si apre alle possibilità – essere o non essere? – ma al contrario si chiude dietro alle conseguenze delle proprie azioni, lì dove le decisioni sono già state prese: il desiderio, se iscritto nel reale, non è mai innocente. Risiede in questo il fascino delle riscritture: nell’occasione di un ribaltamento. La tragedia non è più osservata dalla ferita del figlio, ma dal corpo e dalla voce della madre. Indagando Gertrude senza la volontà di ridurla o di assolverla. Provando a gettare un lumicino sulle ombre che la regina, sposa e madre, dissipa lungo l’arco della tragedia, mentre oscilla tra lucidità e abbandono, ferocia e tenerezza, paura e seduzione».

Lo spettacolo non intende dare risposte, bensì dare luce a questo personaggio e alle sue ombre, erigendola finalmente a protagonista indiscussa c on in mano un potere immenso: sul regno, sul palazzo, su Amleto. “Gertrude, svelati. Sei una regina. Una madre. Sei un’ipotesi” : in queste sfaccettature risiede la riflessione su uno dei drammi più ambigui della classicità, in cui è un’impresa enigmatica risolvere incongruenze così ricche di grana umana e di mistero. L’intento della messa in scena non è assolvere, ma indagare, provando a esplorare quelle zone oscure che la Regina dissipa lungo l’arco della tragedia.

Questa indagine poetica si muove in un perimetro fisico e simbolico molto preciso, come sottolinea il regista Mario Scandale : «Questo spazio ha contenuto acqua. Ora contiene corpi, memorie, colpe. Gertrude. Regina, sposa, madre si svolge dentro una piscina vuota: un luogo che ha conosciuto l’acqua, il gioco, la felicità, e ora ne conserva soltanto la forma. L’acqua non c’è, ma pesa: è liquido amniotico, è origine e perdita. È la vita che ha riempito questo spazio e lo ha poi abbandonato, lasciando una cavità in cui ogni parola e ogni gesto risuonano più forte.

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