A duecento anni dalla pubblicazione di The Last Man (L'ultimo uomo), il romanzo visionario di Mary Shelley torna protagonista di una nuova mostra che esplora la straordinaria attualità dell’opera, intrecciando letteratura, memoria personale e riflessione sul destino dell’umanità. Pubblicato nel 1826, all’indomani della morte di Percy Bysshe Shelley e di Lord Byron, L'ultimo uomo racconta l’estinzione futura dell’umanità causata da una pandemia. Per lungo tempo considerato un roman à clef, il romanzo cela dietro i suoi personaggi le figure più intime della vita di Mary Shelley, trasformando la narrativa in uno spazio di elaborazione del lutto e di ricostruzione affettiva. Il 14 maggio 1824, nel proprio diario, l’autrice scriveva: «L’ultimo uomo!», spiegando subito dopo: «Sì, posso ben descrivere i sentimenti di quell’essere solitario, sentendomi come l’ultima reliquia di una stirpe amata, i miei compagni estinti prima di me». Da questa esperienza personale nasce un’opera in cui la scrittura diventa non solo confessione e memoria, ma anche tentativo di colmare il silenzio lasciato dalla perdita attraverso il potere delle parole. La mostra mette in dialogo lettere autografe, prime edizioni, dipinti e opere d’arte contemporanee, offrendo al pubblico un percorso immersivo tra dimensione biografica e immaginario distopico. I materiali esposti non sono semplici testimonianze della vita di Mary Shelley, ma frammenti attraverso cui ricostruire tanto la sua vicenda individuale quanto una possibile storia collettiva. Accanto allo scenario apocalittico, L'ultimo uomo emerge oggi come una straordinaria profezia moderna. Nel romanzo, il progressivo annientamento dell’umanità riflette la percezione di un mondo sospeso sull’orlo del baratro, dominato da gerarchie e visioni antropocentriche e imperialistiche destinate a ritorcersi contro l’essere umano stesso. A due secoli dalla sua pubblicazione, i temi affrontati da Mary Shelley — pandemia, crisi globale, isolamento, fragilità della civiltà — risuonano con forza sorprendente nel presente. La mostra, curata da Elisabetta Marino (Professoressa Ordinaria di Letteratura inglese presso l'Università di Roma 2 Tor Vergata), è inoltre la prima a essere ospitata in un nuovo spazio all’interno del museo, segnando l’apertura di una nuova stagione dedicata al dialogo tra letteratura, arte e contemporaneità. Attraverso interpretazioni poetiche e visive, il percorso espositivo invita i visitatori a riscoprire una delle opere più radicali e lungimiranti dell’Ottocento europeo, confermando Mary Shelley non solo come autrice di Frankenstein, ma come una delle voci più profonde e attuali della modernità.


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