Dal 18 al 29 marzo al Teatro Ambra Jovinelli , Stefano Accorsi indossa le vesti del più umano tra gli eroi omerici, Ulisse , e intraprende un viaggio nella sua psiche, nel suo animo e nelle sue avventure.
Il testo di Emanuele Aldrovandi, insieme all’adattamento e alla regia di Daniele Finzi Pasca, incrinano l’archetipo dell’eroe marmoreo e invincibile, per allargarne sempre di più le crepe e scoprire piano per volta i suoi dubbi, le sue paure, le sue fragilità.
La scelta di chiamarsi “ Nessuno ” non sarà più solo un astuto espediente per sfuggire ad un grande pericolo, nello specifico la fuga dalla caverna del ciclope Polifemo, ma il semplice gesto di un uomo che rinuncia al proprio nome per aver salva la vita. La prima frattura, quella identitaria, da cui si allargheranno tutte queste crepe.
Sul palcoscenico Francesca Del Duca farà da controvoce ad Ulisse, quella voce che lo guida verso casa. E l’Ulisse di Accorsi, smarrito, sognatore e ferito, tornerà a casa, ma non sarà più quello che tutti abbiamo, fino ad oggi, conosciuto.
” Le parole hanno bisogno di sudore per essere suonate con eleganza. Perché possano diventare leggere vanno spogliate, smussate rendendole ciottoli multicolori di una spiaggia immaginaria. Vengo da un teatro dove il corpo martella le parole forgiando immagini incoerenti simili a sogni. Per trovare questi punti di disequilibrio ci vogliono attori forti e delicati allo stesso tempo, abituati ad usare il corpo con l’elasticità e la potenza di un arco che scaglia immagini negli occhi degli spettatori. Ritrovare Stefano mi ha fatto tanto piacere, ci siamo capiti con facilità quando abbiamo costruito “Azul” e in “Nessuno” abbiamo affinato la nostra complicità.
Sono un obbiettore di coscienza, nel mio paese mi capitò di scontare qualche mese di prigione per aver rifiutato di prestare servizio di leva, raccontare dunque le gesta dei guerrieri non mi è solo insolito ma totalmente inusitato, una specie di salto mortale senza rete. Sono un clown, amo gli eroi semplici, i perdenti, quelli nei quali mi riconosco, i fragili, quelli fatti di materia che si sbriciola.
Così ho trasformato il dialogo interiore di un eroe sacro in un dialogo colmo di amore tra un eroe fragile e il suo amore. È arrivata dunque Penelope, un fuoco calmo, il ritmo selvaggio della femminilità e alla nostra avventura si è unita Francesca cielo stellato, la voce che ci guida verso casa. Noi clown ci occupiamo essenzialmente dei drammi, facciamo ridere per distrarre l’anima degli spettatori e quando meno se lo aspettano li colpiamo con il dolore di chi cade e si spezza. Volevo un Ulisse che facesse ridere e poi piangere, sorridere e poi commuovere, che fosse fatto della stessa materia dei nostri ricordi più ingenui, che parlasse d’amore e poco di sangue.
Nella vetrinetta in casa della nonna venivano conservate le tazzine del servizio buono, mai usate, troppo preziose per essere maneggiate. Il caffè di tutti i giorni lo si beveva nelle tazzine spaiate, tazzine sbocconcellate a cui nessuno era affezionato, quelle tazzine le ho ereditate io e mi sono preso anche una delle buone che si era frantumata alla fine di un pranzo di Natale conservata poi per anni nell’ovatta in attesa di un improbabile miracolo.


Lascia un commento